mercoledì 16 marzo 2016

Il sogno

Il sogno


di
Alessandro Ghebreigziabiher



Uno grida.
Alessandro Ghebreigziabiher
L’altro lo soccorre.
“Cosa ti succede?”
“Niente, scusami… è che ero grasso, molto grasso.”
“Come?”
“Sì, e un attimo dopo ero magro, troppo magro. Quindi avevo il volto martoriato dall’acne e poi le classiche orecchie… come si dice?”
“A sventola.”
“Esatto, proprio così. Quindi ero nero, cioè in realtà marrone, ma chiaro, però.”
“Differenza veniale.
“Già, poi ero donna, ma ero ancora uomo. E di seguito l’opposto. Ma ero sempre io…”
“Capisco.”
“Poi ero bello, infinitamente bello e un istante più tardi mi ci sentivo solo, bello. E ancora adesso non ho capito la differenza.”
“Tipico.”
“Ovviamente, sono stato anche alto e basso. Anche se questa non l’ho intesa appieno. Alto o basso rispetto a cosa?”
“E lo chiedi a me?”
“No, figurati. Avevo gli occhi a mandorla ma belli. Poi gli occhi azzurri ma cattivi. Quindi gli occhi verdi ma strabici e gli occhi scuri con qualcosa di chiaro.”
“E’ la cataratta.”
“Sarà come dici tu. Ho avuto i tatuaggi e le cicatrici, i nei e le voglie.”
“Di cosa?”
“Di sentirmi bene, di essere felice il più a lungo possibile, insomma.”
“Un classico.”
“No, non un solo classico, ma tutti, tutti nello stesso tempo. Avevo i capelli lisci e biondi e poi ricci e rossi, quindi ero pelato tranne qualche ostinato sopravvissuto e glabro come la classica palla da biliardo.”
“Tu non stai bene.”
“Forse hai ragione. Mi sono comunque sforzato di sorridere e ho visto denti perfetti. Questo prima, perché in seguito sembravo Dracula dopo una visita completa da un dentista cieco e pure sadico.”
“Tu mi fai paura…”
“Aspetta, poi mi sono concentrato sul naso e l’ho visto assumere varie dimensioni davanti ai miei occhi…”
“Quello è Pinocchio.”
“Ma io non sto mentendo.”
“Allora c’è una sola spiegazione.”
“Quale?”
“E’ stato solo un meraviglioso sogno”, dice l’altro specchio che gli è accanto. “Noi non possiamo essere tutte queste cose diverse allo stesso tempo e neppure in un miliardo di anni.”
“Perché?”
“Perché noi, per nostra sfortuna, possiamo cambiare cornice ma siamo sempre tutti uguali…”



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