Io sono umano

Io sono umano

di
Alessandro Ghebreigziabiher

In un lontano, imprecisato futuro…

“Buongiorno, abbiamo un nuovo arrivato in classe”, fa l’insegnante della scuola intergalattica. “Dite ciao al vostro compagno.”
“Ciao”, fanno un po’ tutti, nelle rispettive voci, versi o quant’altro potrebbe essere usato per dar voce al pensiero nell’universo intero.
“Presentati all’aula”, lo esorta la docente aliena, in particolare qualificata in convivenza interspeciale, nel senso di specie, ma anche speciale.
Perché una sana convivenza è sempre tale.
Il nostro si schiarisce la sua, di voce, e si auto introduce così: “Salve, io vengo dal pianeta terra.”
“Sì”, lo incalza la prof, “vai avanti, dicci di più su di te, perché ciascuno di noi viene da qualche parte, ma non è questo l’essenziale, ora.”

Alessandro Ghebreigziabiher
“Sì”, fa lui, come se avesse davvero compreso.
Quindi si guarda un po’ in giro, osserva gli altri studenti e sulla falsa riga iniziale, prosegue.
“Dicevo, provengo dal pianeta terra e ho la carnagione nettamente chiara. Cioè, vira sul rosa, a tratti, o anche sul giallognolo, laddove sia un tantino costipato e quando vado al mare, sì, quando mi abbronzo, intendo, si arrossa. Ma cioè accade pure allorché sia vittima di particolare imbarazzo…”
“Lo vediamo, non siamo mica ciechi”, fa un compagno della fila accanto. “Io invece sono squamato, con tonalità tra il verde e il blu, e quando mi incacchio mi spuntano i fiori sul sede...”
“Calma”, interviene l’insegnante, “cerchiamo di dare il tempo al nostro nuovo amico di capire dove si trovi. Prego, parlaci di te, non essere timido.”
“Sì, certo”, fa l’interessato, “ma è proprio così, vengo dal pianeta terra, ho la carnagione chiara, e poi, che altro… ah, sì, ho i capelli, che sono biondi, li porto sempre corti, ultimamente, ma da ragazzino mi piacevano lunghi…”
“E chi se ne frega”, lo apostrofa un tipo dagli ultimi banchi,
io c’ho una medusa in testa che mi racconta pure le barzellette quando mi sento un po’ giù, ma non vengo qui a fare lo sborone...”
“Silenzio là dietro”, lo redarguisce la professoressa. “Tuttavia, caro abitante della terra, il punto rimane. Dovresti impegnarti di più nel farci capire chi tu sia…”
“Chiaro, ho inteso, ma il punto, come dice lei, è proprio questo. Io sono un terrestre, quindi ho la pelle chiara, i capelli biondi e… sì! Ho gli occhi azzurri, come quell’attore… avete presente? Eh, no, ovviamente no…”
“Senti”, fa una compagna al primo banco voltandosi, facendo sobbalzare il nuovo alunno. “Come vedi io ho cinquantasei occhi a destra e cinquantasette a sinistra, colori delle pupille a casaccio e palpebre che si abbassano e si alzano a ritmo di samba. Facendo i debiti conti, comprenderai che sono leggermente strabica, ma sul mio pianeta è la norma, quindi, di che stiamo parlando?”
“Già, terrestre”, fa l’insegnante, “dovresti dirci una volta per tutte qualcosa di importante su di te.”
Il nuovo arrivato ci pensa su, e poi, si accende in volto, come se avesse finalmente illuminato quel che pensava gli avessero tolto.
“Io sarei… cioè, io sono, nel senso che lo sono proprio, un essere umano.”
“Umano”, sottolinea la prof. “Bene, anzi, benissimo.”
Cominciamo da qui.



Guarda e ascolta il video:
Cosa sono i virus oggi?

Leggi altre storie sulla diversità
Compra il mio nuovo libro, Carla senza di Noi
Ascoltami cantare con la band
Guarda un estratto dello spettacolo Carla senza di Noi
Iscriviti alla Newsletter

Commenti

© 2009-2018 Alessandro Ghebreigziabiher