giovedì 25 ottobre 2018

Il paese delle leggi dannate

Il paese delle leggi dannate

di
Alessandro Ghebreigziabiher


“Salve”, fa il nuovo arrivato, “io sono una legge.”
“Certo che lo sei”, risponde l’altro all’ingresso, “qua tutti lo siamo.”
“Perché sono qui?” Domanda il primo. “E, soprattutto, dov’è, qui?”
“Seguimi”, lo invita l’altro precedendolo all’interno del paese ove tutti loro, prima o poi, finiscono.
“Vedi colui che cammina a stento lungo l’erta salita?”
“Sì, lo vedo bene. Ma perché ha catene ai piedi e alle mani?”
“Perché lui è la legge che permetteva agli uomini di creare schiavi, per poi venderli e comprarli come se fossero merci.”
Perché c’è stato un tempo in cui tutto ciò era legale, la silente nota di contrappunto.
Pochi passi e altra inevitabile domanda.
“E chi è quel poveretto, immobile nella piazza, con le braccia legate dietro la schiena e le caviglie altrettanto serrate?”
“Lui è la legge che proibiva alle donne di votare e di parlare in pubblico, di farsi eleggere e di intraprendere qualsiasi altra azione che veniva invece garantita di diritto agli uomini.”
Perché vi è stato un tempo durante il quale tale abuso era legale, la tacita eco affidata al vento.
Altri metri, pochi, nel bizzarro luogo e l’interrogatorio prosegue.

Alessandro Ghebreigziabiher
“E quei disgraziati, uno dietro l’altro con il capo chino, costretti da altrettanti carcerieri a sfilare verso l’oscurità all’orizzonte?”
“Costoro sono le leggi che nella storia hanno concesso alla stirpe umana più deprecabile di sterminare sistematicamente i propri simili per le loro origini e per il loro credo.”
Poiché c’è stato un tempo, e forse c’è ancora, in cui questo abominio era legale, l’invisibile quanto preziosa didascalia alla triste scena.
Ulteriore cammino nel misterioso altrove e una nuova domanda viene posta.
“E cosa sono le grida che provengono da quell’edificio?”
“Quelle sono voci doloranti di natura così ingiusta da risultare indigesta anche solo a pronunciarne il nome.”
“Dimmi, voglio comunque sapere.”
“Ma tu lo sai, conosci già la risposta, perché reo della medesima domanda.”
L’ultimo arrivato nella grottesca comunità si avvicina al palazzo di cui sopra e presta orecchio con maggior impegno.
Pochi istanti e repentinamente impallidisce, sin quasi a scomparire tra il panico del volto.
“Già”, fa l’altro. “In fondo al cuore, conosci alla perfezione le leggi che hanno reso picchiare i bambini un diritto inviolabile del mostro chiamato maestro e fare altrettanto con le proprie mogli un privilegio dell’orco travestito da marito.”
“Ma le urla sono tante, troppe...”
“Sì, hai ragione, ma perché all’interno di quel maledetto fabbricato vi sono anche le leggi che hanno concesso al governo di turno, come all’istituzione deputata dallo stesso, di farsi frusta e chiodi, gelida prigione e olio rovente, punta di pugnale o semplice martello, per divorare lentamente il martire, sventurato corpo.”
Giacché c’è stato un tempo in cui codeste pratiche infernali erano autorizzate dalla legge, l’amaro sotto testo all’inquietante paragrafo.
“E tu chi sei?”
“Io sono la legge peggiore, la legge mancata, la legge che peccò di ignavia e infame complicità, malgrado dotata del requisito fondamentale per rimediare al crimine concesso. Perché io sono la legge che avrebbe potuto salvare miliardi di vite innocenti, ma che nessuno ha mai avuto il coraggio neppure di scrivere.”
“E qual è la tua condanna?”
“Quella di conoscervi tutti e dilaniarmi in eterno nell’insopprimibile rimorso.”
La nuova presenza nel paese delle leggi dannate inizia lentamente a piangere.
“E tu, invece”, domanda la legge che avrebbe potuto far giustizia con tutte le altre. “Chi sei?”
L’altro solleva il viso rigato dalle lacrime di cocente vergogna e così risponde: “Io sono la legge che oggi, proprio ora, permette a intere nazioni, perfino continenti, di trattare altri esseri umani come creature di diritto e valore inferiori, di usare parole come migranti e clandestini per marchiarli e possibilmente macchiarli, per disumanizzarli, imprigionarli e torturarli impunemente, cancellandone passato, presente e futuro come tempi insignificanti nell’umano computo. Come se fosse pratica normale e civile, tollerabile quanto moderna.”
Perché c’è stato un tempo ed è adesso nel quale tutto questo.
È legale...



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