giovedì 8 novembre 2018

Nadine e noi

Nadine e noi

di
Alessandro Ghebreigziabiher


Si dice, talvolta si dice, che comprendiamo il reale valore delle cose solo quando le perdiamo.
Pensiero, come molti, che altrettanto si smarrisce nell’affollato mucchio di banalità acclarate.
Eppure, la storia racconta e ricorda che spesso, nell’ingenuità del ricorrente affresco, si celano colori nuovi, che danno un senso originale al passato.
Forse, è questo l’unico modo per scrivere altre storie.
Come il giorno in cui la ragazzina dalla carnagione complicata quanto le sue origini fu invitata dalla prof di lettere a leggere il suo componimento innanzi alla classe.
Un tema, una lettera d’addio e un’accorata preghiera in una sola pagina, scritta di getto, senza pensare, con il cuore nudo e le mani tremanti.

Alessandro Ghebreigziabiher
Parole forse incaute, destinate a un pubblico tutt’altro che pronto ad accogliere siffatti doni, perlomeno sulla carta.
Ciò malgrado, qualcuno deve pur cominciare a incidere quest’ultima con qualcosa di tristemente onesto.
Nadine, dinanzi all’esortazione dell’insegnante tentò subito di protestare con un eloquente cenno di diniego del capo.
Mostrò occhi imploranti e angosciati.
Strinse il bordo del banco con le dita convulse, speranzosa che ciò la salvasse dalla scena principale.
Nondimeno, le bastò guardarsi intorno, scrutando i volti dei compagni pervasi da noia e indifferenza. Tra essi intravide anche un pizzico di curiosità su quello della tipa all’ultimo banco accanto alla finestra, la ragazza con una montagna di capelli rossi a nascondere i maledetti brufoli e la guance troppo paffute.
Colei che le aveva spesso chiesto come stava e aveva davvero ascoltato.
Be’, vale la pena andare in scena, quando c’è almeno uno spettatore, non è così?
Nadine liquidò rapidamente i metri che la dividevano dalla professoressa con il foglio teso, il suo.
Lo afferrò con orgoglio e commozione al contempo e lesse le proprie parole, le ultime: “La vita toglie, la vita da. Mi ha tolto i miei genitori, prima papà e un paio d’anni più tardi mamma. Perché la morte è una signora esigente, così il destino, altrettanto la fiere che insidiano la storia in cui sono finita. La guerra mi ha rubato il cielo e la terra. Ha divorato la casa e le cose. Ha reso la strada, il luogo dove si va sempre di fretta. Al peggio, si corre, al meglio, si arriva sani e salvi. Le bombe hanno lasciato indietro macerie e odio come figli maledetti, che a loro volta hanno avvelenato il sangue di molti, di troppi, di tutti quelli che non ti saresti mai immaginato a brandire la collera come se fosse l’unica arma possibile. La vita toglie, quindi, la vita da, giusto? Di sicuro è certa la prima parte del racconto, perché come una crudele strega mi ha sottratto il paese da sotto i piedi senza che me ne accorgessi. E così mi sono svegliata priva di un tassello fondamentale, il primo, la geografia più preziosa, quella dove iniziare a ricordare. Quindi è arrivato il momento peggiore, quando cominci ad abituarti a venire spogliata lentamente di tutto quel che conti davvero. Perché, forse, prima o poi la vita da, ma nel frattempo mi ha fregato il tempo, il senso di quest’ultimo, ovvero il dono dell’adesso. Il privilegio di poter restare ferma e non curarmi del dopo, in breve, la spensieratezza dell’età che ancora avevo, che ancora ho. La vita toglie, magari da, ma spesso inganna. Mi ha donato una nave e un orizzonte, una speranza e dei compagni di viaggio, vani fronzoli a mascherare una sadica illusione. Che mi ha tolto diritti e serenità con un sol colpo, tramite un’ondata feroce, una di quelle che ti getta in terra e si porta via altro, di quel poco che resta. E ciò che resta è tutto, per me. Perché mi hanno tolto parenti e città, albe e tramonti di un’infanzia ormai sepolta, fiducia nel prossimo e nel futuro, empatia dagli sguardi dei passanti e perfino di coloro che dovrebbero conoscermi. Eppure, la vita sembra essere mai sazia e la scorsa settimana ha deciso di chiudere la casa famiglia che mi ospitava, quindi domani dovrò andarmene. E, malgrado non siete stati i compagni migliori del mondo, eravate proprio ciò che restava, che era tutto per me. Non so dove andrò, ma forse, verrà il giorno in cui la vita inizierà a restituire. Perché ovunque sarò so che voi, voi tutti, in questa stanza e là fuori, siete e sarete sempre, l’unica cosa che potrò avere.”
Si dice, spesso si dice, che apprezziamo il reale valore delle cose solo quando le perdiamo.
Ebbene, in quel momento scopriamo anche cosa siamo stati e potremmo ancora essere per gli altri...

 


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