Storie di scuola: Le parole sono chiavi

Le parole sono chiavi
di
Alessandro Ghebreigziabiher 

Sì, lo so.
Alessandro Ghebreigziabiher
Non sono un esempio, non lo è la sottoscritta come lo scritto stesso qui di sotto.
O di seguito, dovrei dire, giusto?
Ecco, spero si sia capito che scrivere non è il mio forte, come non lo è parlare.
Sarà forse per questo che ho accettato di fare l’insegnante di sostegno con un bambino di sette anni, il quale, nella sua seppur breve esistenza, di parole ne avrà pronunciate al massimo un centinaio.
A dire tanto, mi disse la madre.
Mi piacque subito, questa cosa, perché malgrado il mio motivo non sia ritenuto un vero e proprio disturbo, una timidezza di proporzioni bibliche non è certo un punto di forza, nella vita.
L’ho detto, però, vero?
Non sono un esempio e non sono altrettanto esemplari le ragioni della mia scelta lavorativa.
Insegnante di sostegno…
Io neanche volevo fare l’insegnante, figuratevi voi.
Fin da piccola ho sempre sognato di diventare una suonatrice d’arpa.
Solo lì avrei trovato la mia perfetta collocazione nel mondo.
Trascurabile nel disegno finale, al sicuro da occhi e quant’altro sebbene nel cuore della scena, rubata dal voluminoso strumento e soprattutto dalla celestiale melodia prodotta dalle corde vibranti.
Ma bisogna pur lavorare, è chiaro, ed eccomi qua, oggi.
Accanto a lui, il compagno autistico.
Così l’ho sentito definire spesso da alcuni genitori degli altri bambini.
I compagni autonomi, come li chiamo io.
Non sono un esempio, me ne rendo conto. Non ho iniziato questa professione con le giuste motivazioni, lo ammetto.
A dirla tutta, non sono neppure una appassionata di cuccioli d’uomo, ecco.
Cioè, a vederli nelle pubblicità o nei film sono carini, ma quando ti sei stufata puoi sempre abbassare il volume delle grida e dei pianti.
Al meglio prendi il telecomando e chiudi la pratica.
Sono certa che la maestra che in questo momento sta interrogando la classe approverà il suddetto rimedio.
E magari anche lei diventerebbe un po’ meno un esempio.
Forse solo in pochi lo sono davvero, a questo mondo.
Prendi Paolo, le ragioni della mia presenza qui, adesso.
Come ho detto non vado matta per i bambini, ma con lui è diverso.
Sarà che tutto quello che lo rende difficile per il resto del mondo, per me suona come logico.
Come se viaggiare di traverso rispetto all’orizzonte fosse la cosa più normale della terra, nel disperato desiderio di trovare il tanto sospirato equilibrio in una posizione imprevedibile.
Come una suonatrice d’arpa nel bel mezzo di un assolo.
Non sono un esempio, l’ho detto e lo ripeto.
L’insegnante di sostegno dovrebbe limitarsi a sostenere il sostenuto.
Ma talvolta capita che sia quest’ultimo a sorreggerti e man mano che i giorni con lui si susseguivano, tale inaspettata inversione si è ripetuta più volte.
Capisco, nulla di particolarmente originale, certo.
Chi cura chi? Accade sovente.
Meno frequente è l’insegnante di sostegno che risponde alla domanda che la titolare sta ponendo ai suoi studenti.
Suoi, mica miei, non sia mai.
Ma quel giorno glielo dovevo.
Quel giorno è stato più forte di me.
Forse perché, grazie a lui, sto davvero migliorando.
Sto davvero diventando meno timida.
E da che mondo è mondo, sono i timidi a rimanere in silenzio. Tutti gli altri parlano e spesso quando nessuno ha chiesto loro di farlo.
“Cosa sono le parole?” Era stata la domanda della maestra.
E dopo varie risposte dei bambini ho alzato la mano.
“La parole sono chiavi”, ho detto sorridendo.
Quindi, fissando Paolo, ho aggiunto.
“E la mia sei tu.”


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