mercoledì 7 dicembre 2016

Storie sulla diversità: Andate via

Andate via

di
Alessandro Ghebreigziabiher

Andate via, disse lui.
Perché? Rispose l’altro.
Perché non c’è posto per voi, qui. Andatevene, tu e i rifugiati.

Alessandro Ghebreigziabiher
Ma quella è solo una parola, ribatte l’altro. Deriva da rifugio. E' una bella cosa, il rifugio, è indispensabile, salva vite e protegge, serve a tutti, perché prima o poi ne avrai bisogno anche tu, la vita è strana, non sai mai cosa ti attende sulla pagina seguente…
E’ inutile, replica il primo. E’ proprio inutile che cerchi, come al solito, di confondermi le idee con le tue subdole chiacchiere. Qui non potete restare, andatevene via, tu e tutti i diversi.
Scherzi? Ma hai presente di quanti stiamo parlando? Già con rifugiati stai lasciando fuori della porta un numero eccezionale di esperienze e visioni, di intuizioni e punti di vista, ignorando che l’umanità non sarà mai perfetta e padrona assoluta del proprio destino, ma ogni pezzo di verità in più ci avvicina alla comprensione delle cose, così come ciascun frammento di felicità aggiunto al racconto aumenta le nostre comuni chance di serenità. Fuori i diversi? Qui siamo nell’ordine dei miliardi, te ne rendi conto?
Certo che me ne rendo conto, cribbio. E’ proprio perché, a differenza di quelli come te, ho una chiara consapevolezza della realtà e delle cose concrete che alzo il mio bel muretto e vi invito caldamente a rimanere al di là di quest’ultimo. Devo difendere la mia terra dalle vostre contaminazioni, non vi permetterò di sovrascrivere la mia storia. Perciò, andatevene, tu e i tuoi buonisti, illusi e irrealizzabili sogni.
Oh, questa poi. Se prima eravamo nell’ordine dei miliardi, qui parliamo di infinito e oltre. Un tutto elevato al tutto, in breve. Tu sei impazzito, davvero, ritorna in te, perché solo la follia o uno strano tipo di vocazione alla solitudine ti sta inducendo a tale insana privazione.
Privazione? Ma di cosa blateri? Non c’è privazione, allorché qualcuno che arrivi venga rispedito al mittente. Lo vedi che non conosci nemmeno le basi del tuo mestiere? Casomai dovremmo parlare di giusto respingimento, sacrosanto allontanamento e inevitabile cacciata dell’invasore a difesa di me stesso.
Scusa, fa l’altro sinceramente perplesso, ma non ho capito da cosa ti stai difendendo…
Ecco qual è il tuo problema, tu non rifletti sull’aspetto principale delle tue scelte.
E quale sarebbe?
Le conseguenze. Ti compiaci della tua bella mercanzia, fatta di accoglienza e integrazione, speranza e pace, rispetto e diritti. Semini il tutto intorno come presunti, preziosi regali, incurante di quali siano le reali ripercussioni nei giorni a venire. Non ti preoccupi degli effetti della tua ingenuità e il prezzo da pagare lo lasci a me. Ma io non ho alcuna intenzione di prendermi sulle spalle il peso delle tue farneticazioni. Andate via, tu e tutte le tue vane parole.
L’altro comprese, infine, che non v’era più alcuna possibilità di far cambiare idea al primo. Prese il proprio voluminoso bagaglio e accontentò l’amico di un tempo, scomparendo all’orizzonte.
E fu così che la penna se ne andò.
Lasciando solo.

In bianco.
Il foglio...
 
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